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Manuel BartoliCome la droga ma meglio
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October 10 I casi della vita E' proprio vero che a volte la radio sembra avere capito chi sei. Ieri sera ero in macchina in autostrada e mentre stavo imboccando una lunga galleria, già pensando "cazzo mi perdo la prossima canzone", il caso ha voluto che la canzone fosse "A che ora è la fine del mondo". Ho percorso la galleria piano, col sorriso. October 07 Un giorno perfettoLa sveglia suona alle otto e trenta, non mi ricordo mai di rimettere l’allarme, magari solo 5 minuti prima. Arrivo sempre in perfetto orario, troppo in perfetto orario, magari una mattina Mario ha l’influenza e non mi smarca il cartellino, sarebbero cazzi amari. Mi devo ricordare di rimetterla, lo farò prima di andare a letto. Mario non si ammala da tre anni. Arrivo in ufficio alle 9, in perfetto orario, guardo il cartellino, smarcato alle nove meno cinque, grande Mario sei una garanzia. Passo davanti il suo ufficio, busso tre volte, è il mio ringraziamento, entro nel mio, chiudo la porta e mi siedo alla scrivania. Sono capufficio, all’ufficio manutenzione forniture, da cinque anni, milletrecento euro al mese, sono l’unico componente di questo ufficio, l’ultimo intervento l’ho fatto quattro anni fa. Settimana prossima ci sono i colloqui per le promozioni, ho già prenotato le ferie. A mezzogiorno vado all’Auchan, ci sono gli assaggi dei salumi, farò una scorpacciata, bevo l’acqua dell’ufficio da una bottiglietta di plastica. Poi vado al Carrefour, c’è l’assaggio del caffè. Torno in ufficio, le sei arrivano presto, timbro ed esco. Tornando verso casa vado al centro sportivo, parcheggio, prendo il borsone, entro negli spogliatoi, oggi non sono molto affollati, anzi non c’è quasi nessuno, mi metto in un angolo da solo, mi spoglio, mi faccio la doccia. Mi rivesto, vado in enoteca, c’è il Piero che aspetta già, offre un giro, il vino è ottimo, mi riempio di stuzzichini. Ci si vede domani, ci salutiamo. Mi fermo al bar, leggo la gazzetta e il corriere appoggiati sul tavolo. Mi impadronisco del telecomando, mi siedo su uno sgabello più comodo, guardo un filmone su sky. Beh oramai s’è fatto tardi, vado a casa. Mi metto al letto. Non ho rimesso la sveglia manco questa volta. Tanto c’è Mario. September 26 Morire dalla noiaLa mattina era entrato nel palazzo degli uffici col piglio
sicuro del commerciale di successo, ne aveva anche ragione, non era da tutti
avere un appuntamento con quel consiglio di amministrazione. Erano settimane,
forse mesi, che assillava la direzione con telefonate e mail, ma alla fine
l’aveva spuntata e adesso era lì, pronto a mettere in atto il suo piano. Breve
anticamera dalla segretaria, arrivo del consiglio di amministrazione, strette
di mano, formalità. La riunione prosegue come previsto naturalmente, la
brillante parlantina non gli è mai mancata d’altronde. Coffe break. “Mi
rinfresco un attimo per la cavalcata finale”, risate, sguardi ammiccanti, li
tiene in pugno. Una volta in bagno con gesti veloci da consumato professionista
si spoglia, si riveste e si trucca. Tre minuti. Sbirulino è pronto a colpire,
il mondo trema. Si inizia. Si strucca si spoglia e si riveste. Due minuti e
mezzo ed ecco che davanti allo specchio c’è Sbirulino mascherato da
commerciale. Genio puro. La riunione ricomincia ma questa seconda parte
riserverà delle sgradevoli sorprese ai tristi e loschi figuri di quel consiglio
di amministrazione. Si riagganciò brevemente all’ultimo argomento trattato
prima della pausa e poi sferrò il suo devastante attacco. Numeri, cifre,
grafici a torta e a barre, aneddoti della sua infanzia, codici di pezzi di
ricambio, prezzi di pezzi di ricambio, foto di pezzi di ricambio, finte
telefonate urgenti sul cellulare, una cintura celeste di pitone ostentata
slacciandosi la giacca e grafici e ancora grafici, tabelle, cifre. Il primo
consigliere si suicidò ingoiando una confezione di puntine, le bevve come
fossero acqua. Il secondo, con la scusa che si stava facendo caldo, si alzò per
andare ad aprire la finestra ma la usò per fracassarsi il cranio. Il terzo si
tagliò le vene con un foglio rimediato sul tavolo, fu un lavoro lungo. L’ultimo
si alzò, si riassettò la cravatta, il vestito e si lanciò con la testa contro
la vetrina di cristallo del mobile bar. Quattro su quattro, un successone. Uscì
tranquillamente dalla stanza e nel chiudere la porta lanciò un “solo un minuto”
ad una platea di cadaveri, fece un ridicolo occhiolino alla segretaria ed entrò
in bagno. Si guardava allo specchio e non poteva fare a meno di avvertire un
brivido, una vertigine, vedendosi riflesso. Avrebbe voluto gridare, fino a non
avere più fiato, per fare sapere al mondo la verità, per fare conoscere
all’umanità la misura sconfinata del suo ardire, le vette altissime raggiunte
dal suo pensare, la perfezione formale del suo organizzarsi, la pulizia
esecutiva del suo agire. Il suo genio meritava ben altri palcoscenici che quel
bagno squallido. Ma il suo orgoglio era tenuto a bada dalla sua sete di
libertà, uguaglianza e fraternità. La sua missione veniva prima di tutto, anche
della sua ambizione e per questo iniziò a struccarsi e vestirsi in silenzio, ed
ecco di nuovo Sbirulino spogliato del grigio travestimento da commerciale. Poi
iniziò a muovere con precisione i dischetti make-up ed ecco non c’era più
traccia di trucco sul suo viso, rapidamente si tolse il vestito da Sbirulino e
lo infilò nella ventiquattro ore dove prese il posto del completo color senape appena
tolto che invece indossò. Bene, nello specchio vide riflesso il brillante
commerciale che era entrato poche ore prima e che, dopo l’inevitabile procedura
della polizia, sarebbe uscito senza problemi dall’immobile. Uscì dal bagno, occhiolino alla segretaria ed entrò di nuovo
nella sala riunioni. I morti, naturalmente, era dove li aveva lasciati. Un
sorriso si dipinse sul suo volto, un altro successo per lui ma, soprattutto, il
mondo era un posto migliore adesso. La società costruttrice di quelle
diaboliche macchinette autovelox era decapitata, senza consiglio di
amministrazione. Basta con le multe per eccesso di velocità, la sua patente non
avrebbe più pianto punti, la sua Audi sarebbe stata libera di sfrecciare.
Vittoria. Si ricompose, gridò, spalancò la porta e disse “Signorina presto
venga a vedere!”. Geniale. September 25 Una mela al giornoOggi non sarà una parola ma, addirittura, un proverbio: una mela al giorno, sganza el
duttoure*
Queste poche parole nascondono un mondo, anzi ad una analisi leggermente più approfondita della semplice lettura risulta subito chiara l’unione di due mondi, un sincretismo degno dei grandi pensatori del passato. L’italiano e il dialetto, la saggezza popolare filtrata attraverso una cultura ancora più di nicchia come quella castellana. Insomma un gioiello espresso in 7 parole e una virgola (sentita dal vivo da un vecchio, possibilmente del borgo, è naturalmente tutta un’altra cosa). *Ho cercato di esprimere la pronuncia, se avete grafie
migliori consigliatemi.
September 17 GiovaniL’uomo di una certa età stava andando a trovare la figlia e
i nipoti. Certo aveva una certa età, ma era ancora parecchio arzillo, infatti
ci stava andando guidando lui stesso la sua piccola utilitaria verde. Davanti
la casa della figlia c’era un prato, un bel prato, che spesso veniva lasciato
crescere troppo. Ai suoi tempi non sarebbe successo mentre al giorno d’oggi non
ci si sta più attenti a queste cose, purtroppo. Parcheggiò ai bordi del prato e
appena spense la macchina si accorse di come a volte la vita riserva delle
belle sorprese. Un giovane sulla trentina stava falciando il prato, sicuramente
per farlo essere in ordine per la fiera che si sarebbe svolta su quelle strade
il giorno dopo. Oltretutto quel ragazzo sembrava proprio uno di quelli che di
solito l’uomo di mezza età bollava come feccia, bastava uno sguardo, barba
incolta, lunghi capelli ricci. E invece fu smentito energicamente dalla lena
con cui il giovane spingeva la falciatrice, dalla voglia che ci metteva per
tenere in ordine quella preziosa area verde in mezzo a tutto il cemento delle
case. Pensava questo mentre si dirigeva verso casa delle figlia e lo pensò con
tanta convinzione che ritornò sui suoi passi per ringraziare di persona il
ragazzo, per dirgli quanto il suo lavoro fosse apprezzato. Purtroppo il ragazzo
aveva già superato la sua macchina, era molto veloce nel lavorare pensò l’uomo
di una certa età, e lo chiamò alcune volte. Il ragazzo si girò e lo fissò con
uno sguardo pieno di furore, odio quasi. L’uomo di una certa età si sentì in
imbarazzo, e si domandò a cosa stesse pensando in quel momento il giovane,
magari l’aveva disturbato o più semplicemente era un maleducato come tutti gli
altri, anche se stava facendo qualcosa di utile aveva pur sempre quell’aria
trasandata, con barba e capelli lunghi, che era propria della feccia. L’uomo di
un certa età distolse lo sguardo da quel viso rabbioso, ma nel voltarsi non
poté fare a meno di notare come il giovane fosse stato preciso nel girare con
la falciatrice intorno la sua macchina. Chinò il capo e si diresse di nuovo
verso casa della figlia. Davanti la porta c’era un bambino, avrà avuto al
massimo 14 anni ed era vestito da teppista. In testa aveva un cappello rosso
con la visiera girata all’indietro ma sotto portava un fazzoletto bianco annodato,
da sotto il fazzoletto spuntavano delle treccine, sopra il cappello aveva delle
cuffie gigantesche da cui usciva una musica infernale che sentiva anche l’uomo
di una certa età che le cuffie non le portava[1], aveva una felpa rossa con il
cappuccio, pantaloni troppo grandi per le sue misure e scarpe da tennis enormi.
Quello che però saltava più all’occhio era una collana pacchiana e enorme, una
catena a cui era appesa una parola tempestata di pietre luccicanti. “Morte”
diceva quella scritta. Il bambino si avvicino all’uomo di una certa età e,
senza dire una parola, neanche buongiorno, gli spezzò il ginocchio destro con
un calcio. L’uomo di una certa età si sarebbe stupito e indignato e avrebbe
anche protestato, se ne avesse avuto il tempo. Mentre si accasciava al suolo,
dato che la gamba non lo reggeva più, il bambino lo colpì con un pugno alla
bocca dello stomaco. Lo afferrò per la testa e gli diede una ginocchiata in
faccia. L’uomo di una certa età arrivo a toccare il suolo che era già morto. Il
medico dirà “infarto” nel suo referto, a casa invece dirà “oggi un vecchio è
morto di un colpo”. Il bambino guardò il suo operato con la testa piegata da un
lato, manifestò la sua soddisfazione facendo vibrare il pugno da cui spuntavano
il pollice e il mignolo distesi, fece una piroetta strusciando i piedi e se ne
andò con le mani affondate nelle tasche della felpa. [1] Se magari vi interessa la canzone era Freestyler dei Bomfunk’s mc.
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